Firenze

Ciao, fiorentini.
questa pagina serve da promemoria post-corso:

- quel che ci siamo detti, cioè quello che mi avete restituito alla fine del corso
- quel che io vi ho detto che forse ma non ci siamo detti, nel senso che non è ritornato nella restituzione
- quel che non ho detto, cioè rimandi e link di alcuni argomenti che ho sacrificato a vantaggio di altri
- quello che non vi ho detto abbastanza: basi teoriche o approfondimenti che avrebbero trasformato il corso in una lunga conferenza, medium troppo noioso per contenuti così importanti; meglio offrirvi alcuni link e citazioni, chi vuole potrà leggerli e vedrà che ne vale la pena.

1 Citazioni, link eccetera

Contratto didattico: ho seguito il vostro consiglio di metterlo tra le dispense, così come le prime diapositive con cui ho aperto il corso.

I “ça va de soi”
La citazione su quelli che sanno così  bene il proprio ruolo che non sanno più ascoltare. La citazione di Jean Oury è qui http://www.geronimi.it/2009/05/04/ma-che-ci-faccio-qui/

Discorsi viventi e discorsi morenti
Questa citazione di Vincent Kenny viene dalla psicoterapia, ma riguarda le reti; consiglio di  leggere con attenzione queste pagine.

Concetto di competizione per sottrazione:
Questo è un concetto che ho approfondito meglio in altri corsi, con voi l’ho appena citato e questo è il link per approfondire:  lo slogan è  underdo your competition. Ci siamo riferiti a Re-work, è uno dei vari concetti  che ci trovate; se sapere l’inglese basta questo link http://37signals.com/rework/ Tenete d’occhio questo blog, è pieno di sorprese

2 Voi

Corso bello e difficile, a Firenze, perché eravate diversi per età, aspettative, mansioni, idee, provenienza.
Stimolante e stancante.  A me è mancato il momento conviviale a pranzo, per il resto il gruppo mi ha molto arricchito.
Mi è spiaciuto che qualcuno non abbia apprezzato il tempo iniziale dedicato a conoscerci, forse ha un altro concetto di professionalità. Per me tutte quelle biografie aperte sono stato uno degli elementi più belli del corso; il vero rimprovero che  farei a me stesso è quello opposto, erano così tante e intense le storie che nella mia mente non riuscivo a coglierne profondamente i nessi e le implicazioni, le sfumature.
E’ simile a uno dei principi dello smarketing: non fate pubblicità al prodotto, ma a chi lo adotta, è lui a essere etico ed ecologico. Analogamente il corso “insegna” a ciascuno qualcosa che sa già ma non sa di sapere, e al gruppo qualcosa che il gruppo ha già in sé ma in potenza, inespresso.

In tutte le versioni del corso, di solito inizio con l’esercizio della rosa vera e della rosa di plastica.

Simulandomi corteggiatore, dono a una signora una rosa vera e ad un’altra una di plastica. E’ un esempio che di solito nei corsi chiarifica da subito molti aspetti della questione comunicativa. Questa volta, partendo a freddo dopo pranzo, la discussione non si è accesa, o meglio si è impostata subito su alcuni aspetti troppo “intellettuali”, teorici:  giustissimi ma analitici di secondo livello, invece per cominciare serviva un approccio più naif che ci facesse insieme scoprire gli aspetti apparentemente ovvi e “ingenui”, quelli che tutti abbiamo davanti al naso ogni giorno eppure non vediamo.
Inoltre avevo il timore che si cominciasse la gara a chi dice la cosa più ganza, invece che allontanare l’ego di ciascuno per poter pensare insieme, intersoggettivamente; anche le parole di una singola persona al gruppo sono, come le rose di questa simulazione,  comunicazioni offerte per uno scopo.
Ho fatto centinaia di volte questo esercizio, so subito quando le cose non stanno funzionando. Quindi ho espresso io (frontalmente e non maieuticamente) alcuni aspetti che l’esercizio voleva evidenziare. Le spiegazioni frontali di solito sono più esatte ma meno memorizzabili: per ciascun allievo vengono da fuori e non da dentro; quindi ripeto alcuni aspetti secondo me importanti

- ogni comunicazione ha uno scopo; molto semplificando (con la tecnica della simulazione didascalica) diciamo che lo scopo del dare una rosa a una fanciulla sia far breccia nel suo cuore;
- la rosa vera e la rosa di plastica hanno circa lo stesso format (se fossero due siti o due volantini avrebbero lo stesso layout) però comunicano in modo assolutamente diverso. Il contenuto (i petali, le foglie, il colore, …)  è importante, ma la sua efficacia è subordinata alla sostanza materiale del messaggio (alla lettera: il supporto fisico del comunicare, la carta, la voce, il corpo, perfino l’elettrone…).  Esempi di rose di plastica: un volantino ecologico su carta bianca patinata grammatissima; una newsletter libertaria gestita col software proprietario di una multinazionale; uno spot sull’agricoltura bio che usa una musichetta commerciale stereotipata…
- la rosa vera comunica meglio grazie ai suoi difetti: è destinata ad appassire rapidamente, ha le spine… in questo evoca la brevità e le pene che può dare l’amore di cui è simbolo; una rosa di plastica comunica peggio grazie ai suoi apparenti pregi: costa poco, è riusabile… è immortale ma non evoca un amore immortale, evoca un amore di plastica, e se mai i fiori di plastica si mettono sulle bare.
- In qualsiasi processo di comunicazione emittente e ricevente si scambiano opinioni l’uno sull’altro: il donatore esprime cosa pensa della ricevente, la ricevente si chiede cosa pensa il donatore di lei, quindi il donatore si chiede cosa pensa la ricevente di lui. Questo ping pong di opinioni, supposte opinioni, bassa o alta autostima, pregiudizi e idealizzazioni… è un aspetto centrale del processo comunicativo.  Si ripetono anche se vi danno un volantino o vi mandano una e-mail.
- postulato del concetto presidente: se do una rosa di plastica sono un uomo di plastica, il messaggio mi assomiglia.

Se qualcuno vi manda una e-mail, a differenza della rosa che è unica, il messaggio si mescola con altre decine o centinaia di mail quotidiane. Per questo dopo aver fatto omaggio ad una di voi di una rosa vera e ad un’altra di una rosa di plastica, ad una terza ho donato un  carciofo, ed ho chiesto chi delle tre, fra dieci anni, si ricorderà del mio omaggio. Probabilmente un oggetto imprevedibile ed inusuale contiene più “differenza” (più quantità di informazione) e quindi passa più facilmente dalla memoria a breve termine a quella a lungo termine. Questo concetto, introdotto col carciofo, lo abbiamo ritrovato ed approfondito col “gioco dei nomi registrati”, in cui abbiamo visto che la prevedibilità o imprevedibilità di uno stimolo ha a che  fare con la sorpresa e la noia. Apparente ovvietà, scopriamo  che le cose ripetitive coccolano, rilassano ma dopo un po’ stufano, che le cose imprevedibili sorprendono, eccitano  ma dopo un po’ stressano.
Cercare di essere visbili e memorabili con messaggi strani curiosi o bizzarri spesso è necessario, ma attenzione, è la tecnica del marketing, può essere opposta alla nostra. Credo che a noi servano più  garbo e minore ripetitività. Il marketing invece replica l’idea nuova finché diventa rapidamente abusata, è un consumismo di idee che invece di riprodursi in altre idee si autoestinguono, come i semi ogm.

Ecco alcuni concetti emersi durante la restituzione.

- Siamo abituati all’idea che la quantità di denaro spendibile corrisponda all’efficienza e all’efficacia della comunicazione; il corso dimostra che spesso è vero il contrario, che si può comunicare bene a basso costo se si cura il rapporto (nel senso che si crea una cornice comune di esperienza e di idee)

- Siamo abituati che se si aggiunge qualcosa la comunicazione “più piena” è anche più ricca; è vero il contrario, spesso nello sforzo di usare meglio le risorse si scopre che si può “comunicare di più con meno”. Usare i canali non abituali è uno dei modi.

- più in generale, a molti è piaciuto il suggerimento di lavorare “per via di togliere”, come uno scultore; ad esempio quando non sai scegliere tra due aggettivi, toglili entrambi e probabilmente vedrai che la frase fila meglio. Spessissimo questa soluzione semplifica la vita, togli, togli, togli e vedrai che comunichi meglio.

- la crossmedialità (ad esempio usare la radio per dire di andare su un sito…) non è solo un sistema per moltiplicare le forze del debole rendendolo forte; è anche un sistema per ridurre il rumore generale dell’overdose di stimoli a cui siamo sottoposti.

- la matematica della crossmedialità (quella in cui 1 + 1 fa 11) rimanda al lavoro di gruppo: anche nei nostri cervelli quando si interconnettono succede qualcosa di simile.

- quando definiamo i mezzi di comunicazione poveri o di nicchia, questi termini sono quasi delle parolacce se usati male, ma usati bene meritano orgoglio.
Infatti possono essere “adatti al mio modo di pensare” e quindi buoni per la mia comunicazione, perché mi ci trovo più a mio agio.

- A diverse persone ha colpito la citazione di Jean Oury sul “che cazzo ci faccio qui”, in quanto legittima l’insicurezza e il basso coefficiente di spavalderia con cui le persone capaci di ascolto affrontano le riunioni.

- Molti altri sentono il tema della creatività inibita o frenata: “da piccolo disegnavo e oggi invece…”  E’ vero che siamo frenati, inibiti, banalizzati… Io credo che siamo tutti geni in potenza. Attenti, però: la creatività dell’arte e del gioco funziona perché è libera da uno scopo, serve a moltissimo proprio perché apparentemente non serve a niente. Fonda la mente umana, le abilità, i talenti, le capacità intuitive, ma a breve termine l’inutilità è nel suo statuto. La creatività di una comunicazione progettata, come un sito o un volantino, invece uno scopo ce l’ha.
Spesso l’asino casca qui, specialmente se ci siamo riempiti di frustrazioni romantiche tipo  “vorrei fare l’artista ma non posso”.  In questo caso se hai molto giocato “inutilmente” allora sei abbastanza capace di affrontare “utilmente” un problema con un po’ di  fiducia in te stesso, con un po’ di intuizione per soluzioni atipiche, senza troppa paura dei pregiudizi conformisti.

- Cosa significa “etico”?  alcuni mi hanno contestato di non aver configurato il termine fin dall’inizio, in modo di evitare l’ambiguità che appaia genericamente etico tutto ciò che è “politicamente diverso”.  “Si tratta di diverse popolazioni di pensieri”, mi è stato detto,  non si possono mescolare. E’ vero, probabilmente non si può, rispondo io, eppure  le parole mi attraversano, sono processi. Se fotografo l’etica, la foto viene mossa. Se qualcuno predica che l’etica è quella tal cosa che intende lui, e lo propone senza conversazione, è come colui che uccide e disseziona un gabbiano per descrivere il volo. Capisco che qualcuno dovrà anche fare l’anatomia del gabbiano… ma non è la mia priorità.

- Molti avrebbero voluto approfondire il gioco a rompere le strutture mentali (quelle che io chiamo “scatoline” e che sono gli incorniciamenti). E’ un concetto basilare per lo smarketing, lo approfondisco nei corsi di secondo livello. Intanto studiatevi questo  link su wikipedia

-   Sulla questione del “quadrato della comunicazione”:    di formulazioni “a quadrilatero”  ce ne sono varie; ad esempio quella della scuola di Amburgo (Friedemann Schulz von Thun).
contenuto: di che cosa si tratta?
relazione: come definisce il rapporto con te, che cosa ti fa capire di pensare di te, colui che parla?
rivelazione di sé: ogni volta che qualcuno si esprime rivela, consapevolmente o meno, qualcosa di sé
appello: che effetti vuole ottenere chi parla? Ciò che il parlante chiede, esplicitamente o implicitamente, alla controparte di fare, dire, pensare, sentire.
Un’altro diagramma quadriripartito è quello che assumo io . Questa relazione dei miei studenti Unimi la riassume bene (anche se mi dissocio dalla grafica …)

Quindi cos’è lo Smarketing?
In questo corso ciascuno ha portato una sua personale scommessa esistenziale, che vale per il lavoro personale e  per l’idea di mondo futuro che desidera. Lo smarketing , mi avete detto,  sicuramente è qualcosa che dà valore alle biografie. Sono molto d’accordo, infatti le nostre biografie si sono incrociate. Grazie.

IL QUADRATO DELLA COMUNICAZIONE

Friedemann Schulz von Thun

§ 3 Responses to “Firenze”

  • Samuele scrive:

    Continuavo a passare da queste parti di tanto in tanto, sperando di trovare links, restituzione, foto, ecc.
    È stato un vero piacere rivivere un po’ di quelle due giornate.
    Ciao a Marco e a tutti gli altri partecipanti al corso.

  • Riccardo scrive:

    Il quadrato della comunicazione a cui mi riferivo io era quello di Schulz von Thun, qui sotto riporto l’unica voce enciclopedica in italiano che ho trovato, spero possa essere utile.

    Fonte: http://it.wikipedia.org/wiki/Comunicazione

    In epoca recente, lo psicologo di Amburgo Friedemann Schulz von Thun (1981) ha proposto un modello di comunicazione interpersonale che distingue quattro dimensioni diverse, nel cosiddetto “quadrato della comunicazione”:

    - contenuto: di che cosa si tratta? (lato blu del quadrato, in alto)
    - relazione: come definisce il rapporto con te, che cosa ti fa capire di pensare di te, colui che parla? (lato giallo, in basso).
    - rivelazione di sé: ogni volta che qualcuno si esprime rivela, consapevolmente o meno, qualcosa di sé (lato verde, a sinistra).
    - appello: che effetti vuole ottenere chi parla? Ciò che il parlante chiede, esplicitamente o implicitamente, alla controparte di fare, dire, pensare, sentire. (lato rosso, a destra).

    Queste quattro dimensioni si possono tener presenti sia nel formulare messaggi che nell’ascolto e nell’interpretazione dei messaggi di altri. In questo secondo caso la “scuola di Amburgo” parla delle “quattro orecchie” (corrispondenti ai “quattro lati del quadrato della comunicazione”) su cui ci si può sintonizzare.

    Ad esempio, per riuscire a “prendermela”, ad offendermi nell’ascoltare la comunicazione x, dovrò assegnare ad essa significato sintonizzandomi sull’orecchio “giallo”, quello che tende a vedere nella comunicazione degli altri il loro soppesarci, il segno cioè di quanto questi ci rispettino. Questo modello visualizza come noi si sia sempre liberi di assegnare a qualsiasi comunicazione un significato oppure un altro, evidenzia così il potere di chi ascolta nel contribuire a definire la qualità di una interazione.

    Con un poco di allenamento è possibile, ad esempio, sintonizzarci sull’orecchio verde, invece che su quello giallo, e chiederci, dentro di noi, di fronte ad una comunicazione che ci pare irritante (e lo farà solo se siamo sintonizzati sull’orecchio giallo!): “come si sente, la persona che parla, per sentire il bisogno di parlarmi in questo modo?”

  • Riccardo scrive:

    Schulz von Thun a parte, per me il corso è stato importante e costruttivo, grazie!

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