Grottammare

Corso organizzato da Associazione Luoghi Comuni 19 e 20 giugno 2010  a Grottammare per l’area S. Benedetto del Tronto – Ascoli Piceno.
Riferimento Angela Meri Pazzi angelapazzi@yahoo.it 349 8329661

Questa pagina serve da promemoria post-corso:
Serve a voi e a chi non è potuto esserci. Ci trovate:
- quel che ci siamo detti, cioè quello che mi avete restituito alla fine del corso
- quel che io vi ho detto, ma che forse non ci siamo detti, nel senso che non è ritornato da voi a me nella restituzione
- quel che non ho detto, cioè rimandi e link di alcuni argomenti che ho sacrificato a vantaggio di altri
- quello che non vi ho detto abbastanza: basi teoriche o approfondimenti che avrebbero trasformato il corso in una lunga conferenza, medium troppo noioso per contenuti così importanti; meglio offrirvi alcuni link e citazioni, chi vuole potrà leggerli e vedrà che ne vale la pena.

1. Citazioni e approfondimenti

I “ça va de soi”
La citazione su quelli che sanno così  bene il proprio ruolo che non sanno più ascoltare. La citazione di Jean Oury è qui http://www.geronimi.it/2009/05/04/ma-che-ci-faccio-qui/

Discorsi viventi e discorsi morenti
Questa citazione di Vincent Kenny viene dalla psicoterapia, ma riguarda le reti; consiglio di  leggere con attenzione queste pagine.

Mappa e territorio
“… Forse la distinzione tra il nome e la cosa designata, o tra la mappa e il territorio, è tracciata in realtà solo dall’emisfero dominante del cervello. L’emisfero simbolico o affettivo, di solito quello destro, è probabilmente incapace di distinguere il nome dalla cosa designata: certo esso non si occupa di questo genere di distinzioni. Accade quindi che certi tipi di comportamento non razionale siano necessariamente presenti nella vita dell’uomo. È un fatto che noi abbiamo due emisferi, e da questo fatto non possiamo prescindere. È un fatto che questi due emisferi operino in modo un po’ diverso l’uno dall’altro e non passiamo sfuggire alle complicazioni che questa differenza comporta.
Con l’emisfero dominante possiamo considerare, ad esempio, una bandiera come una sorta di nome del paese o dell’organizzazione che essa rappresenta. Ma l’emisfero destro non fa questa distinzione e considera la bandiera sacramentalmente identica a ciò che essa rappresenta. Così «Old Glory» è gli Stati Uniti: se qualcuno la calpesta, può esserci una reazione di rabbia. E questa rabbia non la si diminuisce spiegando le relazioni tra mappa e territorio. (Dopo tutto chi calpesta la bandiera la identifica a sua volta con ciò che essa rappresenta). Ci saranno sempre e necessariamente moltissime situazioni in cui la reazione non è guidata dalla distinzione logica tra il nome e la cosa designata.”
da Mente e natura di Gregory Bateson – Adelphi 1984

Concetto di giochi a somma diversa da zero.
Riguarda il gioco in senso stretto, che può essere competitivo o collaborativo (http://www.f-wiki.it/index.php?title=Il_gioco_didattico), ma anche il gioco in senso lato, come i giochi del potere, dell’amore, della politica… che possono essere competitivi (uno vince e uno perde, la somma è zero) oppure collaborativi (tutti vincono o tutti perdono, somma diversa da zero)
Viene dalla teoria matematica dei giochi, cioè da quel matematico John Nash quello di A Beautiful Mind, schizofrenico che ha preso il Nobel… Se conoscete di matematica andate a vedere l’equilibrio di Nash qui (ma se sapete di matematica, probabilmente conoscete già anche questa faccenda)…

Macchine banali e non banali
Premessa:  macchine nel senso (informatico ma anche filosofico) di sistemi, quindi anche noi siamo una “macchina” in questo senso… ma non banale, mentre un’automobile, ad es., è una macchia banale. L’automobile diventa “non banale” quando si rompe, cioè quando non è più prevedibile e il suo stato si modifica in ciò avendo una sua storia.
Secondo von Foerster [1993] le macchine banali sono:
- indipendenti dal passato;
- determinabili analiticamente (puoi smontare il suo comportamento in singole operazioni);
- prevedibili.
Le macchine non banali invece sono:
- dipendenti dal passato;
- indeterminabili analiticamente;
- imprevedibili.

2 Il nostro lavoro a Grottammare

Processo e prodotto
Mi sembra che la cosa che vi abbia colpito di più è questa: che noi comunichiamo un processo e non un prodotto. Tutto il resto ne consegue.

Il creare per via di togliere.
La scultura – secondo il detto leonardesco che tanto piaceva a Freud – è un’arte “per via di togliere”, nella quale è più evidente il contrappunto tra il “creare” ed il necessario parallelo “distruggere” la forma precedente della pietra: a colpi violenti di scalpello …..per lasciare emergere la nuova immagine… Ogni creazione (lo dice anche Giulio Carlo Argan ) è un atto distruttivo (questa l’ho copiata da Wikipedia).

Nel nostro caso ( sia di “dilettanti esperti” sia di “professionisti despecializzati”) si tratta di ricordare sempre che ogni parola, colore, concetto che aggiungiamo, annacqua la minestra, confonde il nostro output nel rumore generale. Se non sapete quale scegliere tra due aggettivi, aboliteli entrambi. Se non sapete che fondino scegliere, abolite i fondini. Se una pagina con pochi elementi vi sembra povera significa che è inelegante, non che è vuota.
Evitate le immagini che non aggiungono nulla, i fondini, gli effetti 3d… non fate mai come quelli che invece di lavarsi le ascelle si riempiono di profumo.

Vale anche nella comunicazione quotidiana: con una persona antipatica, spesso, si tende a parlare di più; con una persona affiatata, di meno.

Etica e seduzione.
Il tema dell’amo per il pesce (che seduce e inganna) a paragone col tema del fiore per l’ape (che seduce e collabora). Una allieva di Alessandria diceva che la comunicazione può “impallinare” o “impollinare”. Molti di voi di Grottammare avrebbero voluto approfondire la questione: “quando la comunicazione è etica?”. Tutti d’accordo che “etico” non significa genericamente buono o perbene. Tanto per cominciare, direi che l’etica sta nella veridicità di come ci si mostra e nel patto collaborativo tra emittente e ricevente. La differenza tra amo e fiore è dunque importante.
È vero che non sempre ciò che è bello è anche buono ma attenzione, spesso in altri gruppi ha sorpreso la scoperta che bello può essere anche buono, che la comunicazione fatta bene non è necessariamente ingannevole. E’ un errore fatale in gruppi e movimenti:  diventare sciatti o ineleganti per mostrarsi meno compromessi con la società dell’apparenza. Se qualcuno pensa che una comunicazione malfatta e meno curata sia automaticamente più etica, ovviamente sta perdendo il colpo.

Modificare il mondo generando mainstream
Questo è un principio che ha a che fare con l’etica; forse l’ho sottolineato poco e forse è “passato” poco nel gruppo. Lo copincollo da come è emerso dalla restituzione in un altro gruppo.
È il concetto per cui “tutto ciò che comunichiamo modifica ciò che viene considerato normale“.  Ad esempio, se uso carta riciclata non solo “mi vesto” (o mi travesto) da ecologia, ma anche predico e esemplifico l’ecologia, la sdogano, la rendo più “normale”. Si tratta di generare una nuova normalità, di generare mainstream.  E’ una responsabilità del comunicatore.

Creatività di tutti
Anche questo è stato ribadito da molti, come la creatività alberghi in ciascuno di noi. Alcuni hanno detto che questo gli restituisce fiducia nel futuro, che genera la sensazione che il cervello funzioni ancora, che fa partecipare al lavoro del gruppo anche persone di carattere “asociale”.
In un clima giocoso e collaborativo l’abbiamo vista sgorgare potente, ricca di sfumature e di metafore. Devo dire che io vi ho portato sul piano del compito assurdo (come la traduzione dal russo) e che questo è uno degli accorgimenti tecnici che adotto per disinibire le persone che solitamente eccedono in autocritica, vergogna, paura del giudizio… Se il “capo” vi autorizza a fare una cosa assurda e paradossale, siete legittimati e questo falso pudore che spesso accompagna molti di voi si interrompe; nella vita quotidiana è meno facile, le gerarchie pretendono ortodossia, ripetitività e conformismo; nei piccoli centri questo fenomeno si accentua perché siamo tutti poliziotti dell’altro; quindi tendiamo ad anticipare i possibili giudizi altrui con pre-giudizi contro noi stessi, e questo castra ogni pensiero atipico, minimamente creativo.
Un altro effetto del “compito assurdo” è che non si può non sbagliare, fa parte del gioco. Come nella comunicazione, anche nella comunicazione non si può non sbagliare perché la comunicazione perfetta è impossibile. Questo rilassa parecchio: “sapere che la comunicazione ideale non esiste è parecchio liberatorio”. Direi di più: è proprio la paura di sbagliare che spesso porta a  inciampare nei propri pensieri o nei propri gesti pratici,  perché spesso è l’opposto della concentrazione,  interrompe il fluire dei ragionamenti o e delle azioni.
Se offro una rosa a una signora:
riassumo il concetto.

- In qualsiasi processo di comunicazione emittente e ricevente si scambiano opinioni l’uno sull’altro: il donatore esprime cosa pensa della ricevente, la ricevente si chiede cosa pensa il donatore di lei, quindi il donatore si chiede cosa pensa la ricevente di lui. Questo ping pong di opinioni, presupposte opinioni, bassa o alta autostima, pregiudizi e idealizzazioni… è un aspetto centrale del processo comunicativo.  Se stesse cose avvengono anche se vi danno un volantino o vi mandano una e-mail.
- postulato del concetto precedente:  se ti offro una rosa di plastica sono un uomo di plastica, il messaggio mi assomiglia.
- la rosa vera comunica meglio grazie ai suoi difetti: è destinata ad appassire rapidamente, ha le spine… in questo evoca la brevità e le pene che può dare l’amore di cui è simbolo; una rosa di plastica comunica peggio grazie ai suoi apparenti pregi: costa poco, è riusabile, le spine non pungono… è immortale ma non evoca un amore realmente immortale, evoca un amore di plastica, che è immortale solo nel senso che non è mai nato; se mai i fiori di plastica si mettono sulle bare.
- L’amica che è stata in Cina ci avverte: questa supremazia dell’originale vivente non è uguale ovunque, ci sono mondi che apprezzano maggiormente il fiore di plastica.
La discussione può svilupparsi e proseguire in molte strade; ad esempio: un bell’oggetto di design evocante un fiore astratto può essere molto bello (nel senso di significativo, potente, emotivamente forte, culturalmente evolutivo…) pur essendo artificiale; invece nel nostro esempio, (almeno in questo momento della nostra storia della cultura) la rosa finta  imita pedissequamente con la plastica una rosa ver, e questo non aiuta neanche un po’ a dare senso ed emotività al mio omaggio.

La cosa più importante (così importante da essere didascalica e didattica, scusatemi per questo) è:  il layout (il design progettuale della forma esteriore)  della rosa vera e quello di quella di plastica sono praticamente identici: le foglie così, i petali cosà, con quei colori, quelle forme, quelle proporzioni… sembra che siano identici. Immaginatevi che nel corso io vi proponessi un depliant, un sito o trenta secondi di radio dicendo “si fa così” e mostrandovi un bell’esempio. Sarebbe la rosa di plastica, vi farei imitare la forma e non la sostanza, il prodotto col processo.

La nostra Opera non è un figlio

Facciamo come gli alberi! essi usano in modo ottimale la materia e l’energia, ma non risparmiano i semi, cioè sono “spreconi” in informazione.
Le nostre idee non sono figli, non comportiamoci con loro da mammiferi; tanto ne generiamo migliaia ogni giorno. Quindi basta, con l’idea ottocentesca romantica dell’artista nella mansarda intento a generare solo soletto la sua “grande opera”, intesa come figlio da allevare a lungo (e tenere gelosamente in casa affinché ci mantenga). L’ideazione non ci appartiene, ci attraversa, siamo noi che apparteniamo a lei.

Crossmedialità
(messaggio che passa da un media all’altro, ad esempio usare la radio per dire di andare su un sito che invita a uno spettacolo…)
E’  il miglior sistema per moltiplicare le forze del debole rendendolo più forte; è anche un sistema per ridurre il rumore generale dell’overdose di stimoli a cui siamo sottoposti. È la matematica in cui 1+1=11
Attenzione, questa matematica che funziona anche in negativo: se fate un bel volantino interessante, la gente andrà subito sul vostro sito; ma se il sito non è bello, aggiornato e interessante, perderete i contatti: 1 + 0 = 0
Più andiamo verso un mondo digitale e multimediale, più è probabile che ciò accada. Un singolo media da solo spesso non basta e si depotenzia se non è in una rete di diversi media che crescono in sinergia.

Soldi, tempo e democrazia.
Meno hai soldi, più  devi avere tempo. Meno hai tempo, più occorre essere in tanti. Più si è in tanti, più serve la competenza sociale e la creatività condivisa per evitare l’effetto “riunione di condominio”.

Sperimentare in prima persona.
Avete detto che sperimentare direttamente l’esperienza comunicativa è indispensabile più per comunicare il processo che per comunicare il prodotto.
È un apparente paradosso, perché ogni giorno ci dicono che il prodotto dovrebbe essere proprio ciò che va provato, mentre il processo sembrerebbe essere per sua natura una narrazione. Invece, guarda un po’, è vero il contrario. Se provo l’esperienza di un processo ne comprendo autobiograficamente tutti gli ostacoli, le opportunità, il piacere, il senso. Ne scopro i bivi delle scelte, comprendo dove posso improvvisare e dove invece conviene essere meticolosi. Ne scopro i campi di relazione umana con altri umani che viaggiano lungo la stessa strada. Ne scopro le metafore nascoste, anche la tecnica ne è piena.
Insomma non sono solo io che cambio il processo, ma è anche il processo che cambia me.
Il prodotto commerciale, dicono che vada provato. Ma spesso il vero prodotto è il brand, il piacere (indotto) è nell’atto d’acquisto, nel metterlo nel carrello. Di solito dopo, quando apri la scatola, da provare c’è ben poco.

La comunicazione è anche ascoltare.

Questa apparente ovvietà ha un postulato che di solito si dimentica e che crea un sacco di danni nell’impresa, nella politica e nell’amministrazione pubblica:  se io subappalto a un’agenzia la bocca per parlare, le subappalto anche le orecchie per sentire, e divento sordo.

Scopo dello smarketing è sovvertire le cornici mentali
… o almeno è uno degli scopi. Spesso quando ti sembra di avere un problema, in realtà stai solo usando le categorie sbagliate. Cambiando la prospettiva, le categorie mentali, quelli che gli anglosassoni chiamano frames, cambia anche la mappa e quindi l’orientamento nel percorso che fa uscire dal problema. Addirittura spesso, come diceva Albert Einstein, tendiamo a cercare di risolvere i problemi con le stesse categorie mentali che lo hanno generato e la soluzione diventa impossibile.

La propaganda di regime funziona proprio così.
Forse anche il marketing è propaganda di regime, anzi nasce nel primo dopoguerra ( e con una certa sensibilità psicoanalitica di comprensione dell’inconscio) come strumento “che dia alle democrazie moderne la stessa compattezza che il nazismo e il comunismo infondono alle proprie folle“.
Oggi sicuramente la ventenne discinta che sculetta in televisione è più gradevole di un carrarmato in piazza che ti spara addosso, ma il risultato politico in termine di annientamento del dissenso potrebbe essere simile.
Qualcuno di voi ha agitato la questione della fascinazione nelle dittature: come anche persone per bene possono essere preda della retorica e della propaganda, e come sia difficile trovare gli anticorpi individuali dentro sé stessi per staccarsi, dolorosamente e lentamente, dai clichet indotti.

Elogio dei pensieri inconclusi.
Quando è difficile ottenere risposta dal tuo ricevente, è necessario essere esaurienti, chiari, coerenti e offrire dei discorsi esaurienti dalla premessa alla conclusione. Invece quando “si pensa insieme” il discorso abbozzato, lasciato in sospeso può essere la cosa migliore migliore per il progresso del ragionamento, se stiamo all’ascolto degli altri che lo continuano, lo personalizzano, lo trasferiscono ad altri contesti o intravvedono diverse utilità.

La restituzione didattica come scaletta reale del corso
Avete indicato il mio metodo come “esempio” per gli insegnanti; grazie ma non sopravvalutatelo, è semplicemente normale.  E’ sembrato speciale e coraggioso che io mi sottoponessi a questa ultima fase di restituzione. Certamente in condizioni normali questo può essere molto frustrante per un insegnante, perché  si scopre fatalmente che di quello che ha detto dalla cattedra, viene recepita solo una piccola piccola parte. Il resto viene dimenticato, frainteso, ignorato.  Se ascolto, dimentico; se faccio, capisco; se faccio e poi ti spiego  cosa ho capito, allora ti sorprendo, ti smentisco, di reindirizzo,  ed è lì  cominciamo davvero a fare cultura.
Una maratona intensiva di due giorni ha un’intensità diversa da un corso scolastico e certamente non è possibile richiedere una restituzione come questa dopo un paio d’ore di lezione. Tuttavia mi aiutano molto i concetti di “macchine non banali” e di “domande legittime” di cui ho parlato all’inizio di questa pagina. Anche la comunicazione educativa è comunicazione, quindi funziona davvero solo se è reciproca. Riassumendo: voi non imparate da me se io non imparo da voi.

Istruzioni minime per farsi leggere

leggete in fondo a questa restituzione, sollecitata dai vostri colleghi della Valtidone, che serve anche a voi. http://corsi.smarketing.it/valtidone e andate in fondo a: istruzioni per farsi leggere.

§ 2 Responses to “Grottammare”

  • Tiziana scrive:

    Grazie Marco!
    Quanta ricchezza e quanti bei ricordi nelle immagini…
    Tiziana

  • Chiara scrive:

    Sono uscita da questo corso (come se effettivamente ci fossi proprio “entrata fisicamente”) senza una direzione chiara nella quale procedere, ma piena di spunti da approfondire.
    E lo farò, perchè Marco ha saputo incuriosirmi.
    Ma la cosa più bella e rivoluzionaria è stato quel che è venuto fuori dal gruppo: ognuno aveva idee e visioni valide e ricche. Ogni uomo è poeta e albero, operaio e visionario, formica e dinosauro.

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